
Erano oramai le dieci di sera quando John Hatchard, il vecchio proprietario della libreria, ci disse che potevamo considerare chiusa la giornata. Lo fece con quel suo solito modo arcigno e autoritario. L’ha fondata lui, la Hatchards, e anche oggi è stata una lunga giornata. Tutto, in realtà, è iniziato qualche settimana fa, quando il signor Chapman, proprietario della casa editrice Chapman & Hall, entrò dalla porta del negozio chiedendo del signor Hatchard. Rimasero chiusi nel piccolo ufficio quasi per un’ora. Alla sua uscita il signor Chapman mi era sembrato soddisfatto, per cui mi aspettavo di vedere il signor Hatchard di cattivo umore. Invece no, anzi, era più sorridente del solito, anche se ci voleva veramente poco. A noi commessi non disse nulla. Si, io sono uno dei commessi della Hatchards, una delle più antiche librerie di Londra. Il signor Hatchard, quando l’aprì, nel 1797, era ancora molto giovane. Io fui assunto nel 1838 per occuparmi dei libri per bambini. In quel periodo, a Londra, nessuna libreria aveva un reparto specializzato per i bambini, fu quindi una novità assoluta. Quell’anno fu particolare per le vendite, perché il signor Hatchard ottenne in anteprima un romanzo dal titolo “Oliver Twist”. L’autore era Charles Dickens, reduce dal grande successo dei suoi Pickwick Papers. E ancora una volta il vecchio Hatchard riuscì a fare un accordo con Chapman & Hall: avrebbe avuto il nuovo libro di Dickens in esclusiva a Londra dal giorno precedente all’uscita ufficiale.
Si avvicinava il periodo natalizio, e di Natale aveva parlato Chapman come argomento del libro. Di Dickens, non usciva un libro da un paio di anni e si mormorava che avesse bisogno di denaro. Passarono i giorni e il vecchio Hatchard comunicò che la domenica successiva avremmo presentato in anteprima il nuovo libro di Dickens, e che avremmo dovuto lavorare la notte precedente, perché i libri li avrebbero consegnati solo la mattina verso le cinque. Inboltre si sarebbe approfittato dell’evento, per addobbare il negozio in uno stile più natalizio. Il colore verde bosco, colore dominante delle sale interne della libreria, ben si sposava con il rosso delle palle di natale e gli striscioni color oro. Il grande albero sarebbe stato montato, come sempre, sotto il grande nome Hatchards color oro, perché sembrasse una cometa sulla punta dell’albero. Dopo essere arrivati alla Hatchards ieri mattina alle sette e aver tenuto la libreria aperta tutto il giorno, tra l’altro era sabato e la gente comincia a pensare ai regali di Natale, soprattutto a quelli dei bambini, a fine giornata, dopo aver chiuso le porte della Hatchards, iniziammo l’allestimento natalizio. Era quasi tutto pronto, quando si sentì forte il rumore di una carrozza e degli zoccoli dei suoi cavalli sul selciato. Era una carrozza che, arrivando di corsa si era fermata proprio davanti all’ingresso della libreria. Le fioche luci della Hatchards illuminavano l’orologio verso cui girai il mio sguardo: erano poco più che le quattro e mezza.
Il vecchio Hatchard comparì dal nulla e si diresse verso l’ingresso. Aprì la porta e fece un cenno a me a James, il ragazzo che utilizzavamo come facchino per i movimenti all’interno del negozio dei libri. I cavalli erano sudati, segno che li avevano spronati a lungo. Le loro narici erano dilatate ed il loro respiro molto rumoroso. Aveva iniziato a nevicare e il freddo pungente mi entrò nelle ossa. Feci fare un giro sul collo alla mia sciarpa di lana. Si aprirono le porte della carrozza ferma davanti alla Hatchards e, dall’interno, un uomo cominciò a passarci blocchi di venti copie del libro legate da un cordoncino. Guardai il vecchio Hatchard che capì la mia domanda. “Sono duemila” sorrise soddisfatto “un terzo delle copie disponibili da domani”. James ed io iniziammo a trasportare le copie davanti ai banconi destinati a ospitarle. Quando arrivammo a buon punto, lasciai che James continuasse a trasportare i volumi mentre io cominciai a occuparmi della loro sistemazione. Un paio li sistemai aperti, alcuni ben impilati, altri chiusi con ben in evidenza la copertina. Avevo preparato, su richiesta del signor Hatchard, due grandi fogli su cui avevo scritto, in bella calligrafia, il nome dell’autore e il titolo del libro, cosicché, da lontano, fosse individuabile la posizione nella libreria. Era domenica mattina e l’orario previsto per l’apertura erano le otto. Alle sette avevamo terminato, io e gli altri commessi avemmo solo il tempo di farci la barba e mettere la camicia pulita che ci eravamo portati da casa.
Ho una copia del libro nella borsa, che il vecchio Hatchard mi tratterrà dalla paga, ma, soprattutto, ho ancora negli occhi lo sguardo di un bambino di circa sei anni il cui naso spuntò dal tavolo. Era in compagnia di una governante, che arrivò alle sue spalle e che mi chiese se poteva avere una copia del libro. Io glielo porsi. La governante lo mise nelle mani del bambino che lo sfogliò avidamente poi si soffermò a lungo guardando una delle illustrazioni di Leech. Ora siamo davanti al 187 di Piccadilly. Il vecchio Hatchard sta controllando che James chiuda bene la sua libreria. Guarda il suo cocchiere, che era in attesa, e gli fa cenno di andarsene. Lo vedo soddisfatto quando arriva una carrozza che si ferma di fianco a lui. Lo porta laterale si apre e il vecchio Hatchard sale, ma questa è un’altra storia.
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