
Il fine settimana appena trascorso rivela altre vittime di quelli un tempo detti “viaggi della speranza”. Il week end era tra l’altro stato preceduto dal suicidio di Alì, il 30enne migrante tunisino che si è tolto la vita a Lampedusa. Poi, dopo il tragico bilancio di sabato con 8 corpi recuperati e un verisimile numero di dispersi pari a 64, a fronte degli 86 sopravvissuti che la Guardia Costiera italiana ha salvato nel Mediterraneo centrale, un altro naufragio è occorso nello stesso mare. Domenica sono stati recuperati i corpi di due donne, anch’esse partite da Garabulli come i migranti soccorsi il giorno precedente, e pare che i dispersi siano svariate decine. Un numero imprecisato e reso confuso dalle testimonianze che i sopravvissuti, circa 250, hanno reso alle autorità libiche che a loro volta le hanno diffuse. Si tratta delle persone stipate a bordo di due gommoni – quindi il totale potrebbe essere anche di 300 a bordo – salpati da Garabulli, ad est di Tripoli e soccorse dalla Guardia Costiera della Libia domenica 7 gennaio. Uno dei gommoni è affondato e l’altro era in procinto di seguirlo. Secondo i migranti, parecchie decine di persone sono finite in mare e ne sono state risucchiate. I sopravvissuti sono stati riportati a terra insieme alle salme delle due donne.
Un altro soccorso, pare senza vittime, è stato effettuato ieri al largo di quello che si prospetta essere il principale porto libico di lancio delle barche della morte per questo appena iniziato 2018. Era partito infatti anche questa volta da Garabulli un gommone con 135 persone che la Guardia Costiera della Libia ha fermato al largo riportando indietro i migranti. Secondo la Marina Militare della Libia, a bordo c’erano 79 uomini, 54 donne e 3 bambini. Tutti originari di varie nazionalità africane ad eccezione di tre cittadini del Bangladesh. Garabulli è quindi il nuovo compound dei trafficanti dopo la dipartita del clan Dabbashi a Sabratha che avevano prima convertito i propri affari dal traffico di migranti al contenimento e detenzione degli stessi e poi erano entrati in conflitto con gli altri trafficanti che lamentavano un drastico calo degli affari. La rotta di Garabulli è però meno coperta dalle missioni umanitarie delle Ong ed anche meno vicina per i porti italiani da cui salpano le unità di soccorso navale della Guardia Costiera tricolore.
Commenta per primo