Commerciante all’ingrosso e dirigente della Cooperativa Agriduemila, Salvatore Incardona tentò di ribellarsi al pizzo imposto dalla mafia ragusana e di convincere suoi colleghi a rifiutarsi come lui di pagarlo
In questi giorni, in cui i braccianti della Piana di Gioia Tauro sono in rivolta a causa dell’omicidio di un sindacalista, Sacko Soumaila, il 29enne maliano ucciso nel vibonese, ricade l’anniversario dell’omicidio di un’altra vittima della dura vita e dello sfruttamento nel settore agrario: Salvatore Incardona. Questo omicidio accadde in Sicilia, nel 1989. Incardona era dirigente della cooperativa Agriduemila. Salvatore Incardona aveva una colpa, imperdonabile per la mafia di un territorio dove i mafiosi avevano – e forse hanno – un controllo del territorio infinitamente maggiore rispetto allo Stato: si era rifiutato di pagare il pizzo e si era perfino permesso di sollecitare la reazione dei colleghi contro l’oppressione economica esercitata dalla mafia.
Salvatore Incardona, ucciso nella sua auto davanti casa a VittoriaIl 9 giugno 1989, su ordine delle cosche locali, Salvatore Incardona venne ucciso a Vittoria, in provincia di Ragusa. I’omicidio di Incardona servì da dimostrazione per gli altri imprenditori e coltivatori della provincia in caso di eventuale decisione di rivolta contro il pizzo a loro imposto. Il commerciante di ortofrutta all’ingrosso stava uscendo da casa per recarsi al lavoro. Un gruppo di fuoco mafioso lo attendeva nelle immediate vicinanze. Atteso che Incardona salisse in auto, i mafiosi gli si avvicinarono e lo giustiziarono con la firma dell’organizzazione: la lupara. Salvatore Incardona morì nella sua auto, crivellato dai pallettoni esplosi dai fucili del gruppo armato. Nove anni dopo, al Comune di Vittoria, decisero finalmente di ricordare il coraggio di chi tentò di ribellarsi alla mafia dedicandogli il 26 settembre 1998 una strada: Via Salvatore Incardona.
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