
di Mauro Seminara
Il 30 giugno a Lampedusa naufragava un barcone con oltre sessanta persone a bordo. Il bilancio sarà di 7 cadaveri recuperati a circa sette miglia dall’isola gremita da turisti, 9 dispersi e 46 superstiti. Il drammatico evento, ultimo di una serie fotocopia di naufragi sotto costa a Lampedusa, riapre il dibattito sugli interventi operati dalle motovedette italiane al cosiddetto ultimo miglio. Un dibattito alimentato anche da un intervento di Sea Watch, la organizzazione non governativa che la sera precedente, durante il rientro del suo velivolo da ricognizione Seabird, ha captato una comunicazione radio tra un peschereccio e “Lampedusa radio” – che ha inoltrato in tempo reale alla Capitaneria di Porto di Lampedusa – in cui il pescatore avvisava della presenza di una barca carica di migranti a poche centinaia di metri dalle acque territoriali italiane. La barca, che in replica ad un articolo del Manifesto la Guardia Costiera ha affermato essere stata soccorsa, risulta comunque uguale per caratteristiche scafo, colori e numero di persone a bordo a quella che poche ore più tardi si è capovolta causando la strage di donne e bambini. Una circostanza che verrà valutata dalla Procura di Agrigento, titolare del fascicolo sul naufragio.
Sempre il velivolo Seabird, scomodo più di qualunque altra presenza nel Mediterraneo centrale agli Stati rivieraschi, aveva documentato nei giorni scorsi un respingimento operato dopo il soccorso forzato da parte del cargo Vos Triton della compagnia di shipping Vroon. In quel caso, dopo aver documentato le persone migranti che si tuffavano in mare per raggiungere la nave ferma ed evidentemente non intenzionata ad intervenire in loro soccorso, il Seabird aveva esaurito il carburante ed era dovuto rientrare in un momento estremamente delicato della vicenda. Dal piccolo bimotore infatti era stato filmato l’arrivo della motovedetta libica che avrebbe dovuto prendere a bordo i migranti (circa 170), e questi che, disperati alla vista dei delegati al respingimento coatto, si erano arroccati all’ultimo piano del castello vicino la plancia di comando del cargo. Al Seabird non è stato possibile documentare come i libici abbiano “convinto” i poveri fuggitivi a scendere giù per salire a bordo del pattugliatore che li avrebbe riportati nel loro peggiore incubo.
L’ultimo documento di quel bimotore che già in passato era stato oggetto di attenzioni da parte delle autorità italiane, come il Moonbird (della stessa Sea Watch) ed il Colibrì (di Pilotes Volontaires), è l’operazione condotta da un pattugliatore libico in acque internazionali la cui competenza e responsabilità SAR (ricerca e soccorso) è di Malta. Per maggiore esattezza, in SAR zone maltese ma a circa 45 miglia nautiche sud di Lampedusa. Il pattugliatore che fu onoratamente impiegato in operazioni di polizia finanziaria dalla Guardia di Finanza, non ha solo sconfinato la dubbia area SAR della Libia – concessa dall’IMO ma senza che la Libia abbia i requisiti e non disponendo di un place of safety – ma ha anche manovrato con l’evidente intenzione di fermare ad ogni costo la barca con i profughi. Un pattugliatore capace di trenta nodi di velocità (oltre 50 Km/h) grazie alla spinta di due motori da settemila cavalli l’uno, che puntava la propria prua dritto sulla barca in legno sulla quale si trovavano 57 uomini, una donna e cinque minori.
Nel video diffuso ieri dalla Ong tedesca si vede chiaramente la barca con i 63 profughi tentare manovre evasive per evitare lo speronamento tentato dai libici. Non si tratta di “speronamento” secondo il dizionario di Matteo Salvini, quello del contatto bordo con bordo tra la Sea Watch 3 pilotata da Carola Rackete – assolta in ogni sede per la propria condotta – nel porto di Lampedusa, ma di uno speronamento molto più simile a quello di un blocco navale auspicato dalla alleata Giorgia Meloni. Solo l’abilità di chi guidava la barca ha forse impedito che la prua del pattugliatore da 35 metri con motore avanti tutta spaccasse lo scafo di legno dei fuggitivi causando una strage. Il video infatti mostra come in un paio di casi lo speronamento sia stato appena sfiorato. Non bastasse la cruenta caccia all’uomo in acque internazionali, dal Seabird viene anche documentata l’esplosione di colpi d’arma da fuoco. L’equipaggio del bimotore infatti inizia a comunicare – o almeno prova a farlo – via radio con i libici esortandoli a smettere di sparare in mare. Dopo aver navigato per circa 150 miglia dalla costa libica, e forse dopo che a bordo qualcuno si è reso conto che qualcuno li stava filmando in SAR maltese durante un’operazione che sembrava di guerra invece che di “guardia costiera”, il pattugliatore si è ritirato. Non sappiamo se un giorno ci troveremo a scoprire che l’ordine di ritirarsi è partito da una sala operativa italiana o maltese, ma è certo che le 63 persone in fuga sono approdate a Lampedusa ben oltre la mezzanotte, il primo luglio, dopo una intera giornata trascorsa fra fiumi di adrenalina e la costante paura di morire.
Se la prua del pattugliatore da 35 metri con 1.400 cavalli frustati dal capitano di bordo (si vede dal video la scia che lascia in mare) avesse toccato la barchetta di legno, avremmo altri 63 corpi nel cimitero liquido che è ormai il Mediterraneo centrale. Questo sarebbe accaduto in acque internazionali a causa delle azioni di quel partner che l’Italia vanta affidabile, che il premier italiano ha ringraziato, che il comandante dell’operazione europea “Irini” aveva assicurato non fare uso di armi e che a breve il parlamento italiano deciderà se mantenere con il rinnovo di quel Memorandum Italia-Libia che li finanzia, li assiste, e forse li arma. Nel cuore della notte lampedusana, meno di 24 ore dopo il naufragio di una barca con lo stesso numero di persone a bordo, sono passati quasi del tutto inosservati i testimoni della risposta al quesito a questo punto obbligatorio: i partner libici che devono contenere gli arrivi di migranti sulle coste italiane sono guardacoste o spietati assassini?
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