di Vittorio Alessandro
L’altro giorno avevo appena appoggiato il quotidiano, ancor prima di aprirlo, su una panchina del parco quando un signore lo ha preso iniziando a leggere fittamente. Naturalmente, gliel’ho lasciato: vale infatti per la carta stampata una sorta di “ius primae noctis” che non mi soffermerò a spiegare. Non è la prima volta che mi succede: molta gente leggerebbe volentieri il quotidiano (una volta, tra i più letti erano il Corriere dello Sport e L’Unità) ma non lo acquista più, ritenendolo evidentemente troppo costoso per la scala di priorità delle proprie spese.
Un’indagine diffusa ieri afferma che gli studenti non sanno più leggere i testi e che solo un quindicenne su venti riesce a inoltrarsi nella lettura senza perderne il senso. L’informazione che gira (e la tantissima disinformazione) viene appresa soprattutto dai social e persone di appena una generazione dopo la mia considera il quotidiano come carta buona per incartare il pesce non soltanto dopo un giorno, come diceva Montanelli, ma appena uscito dalla tipografia.
Intanto, i giornali scompaiono anche dalle mani di chi vorrebbe leggerli e acquistarli: per esempio, prima Il Foglio e ora La Stampa, i miei quotidiani preferiti, non vengono più distribuiti in Sicilia.
Certo ci sarebbero le edizioni online, ma allora che ne è della carta stampata di fresco e delle parole che vi restano scolpite? (direi anche dello “ius primae noctis”, ma sarebbe difficile spiegare).
Proverei, allora, a sostenere finanziariamente la stampa, a mettere in riga i distributori e a istituire il prezzo politico dei quotidiani, per vedere cosa succede. Potremmo rivedere, davanti alle scuole, i ragazzi con il quotidiano in tasca e qualche italiano in più riscoprirebbe la propria vita al di là dei titoli, là dove qualcuno ha cercato di raccontare la vita degli altri.
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